Io, eremita di città

La mia vocazione di eremita di città è nata tanti anni fa ed è sorta come un grande desiderio – o meglio, una necessità! -di avere quotidiani spazi di silenzio per mettermi in ascolto di Dio e dialogare con Lui, desiderio che non è mai cessato e che, dall’adolescenza, mi accompagna.
Quando avevo vent’anni non sapevo certo di essere un’eremita urbana, ma ricordo benissimo quanto mi toccò “Il deserto nella città” di Carlo Carretto o quanto rimasi colpita dalla luce “divina” che emanava una clarissa di Assisi.

Per decine d’anni mi sono ritagliata i miei spazi, giorno dopo giorno, nel mio quotidiano di mamma, di moglie, di lavoratrice, sentendomi diversa da tanti altri che esprimevano la loro vocazione di laici nel fare, fare, fare: fare volontariato, partecipare a tante iniziative in parrocchia o all’interno di gruppi e associazioni… mi impegnavo anch’io in tante attività ma mi crucciavo di non essere come loro perchè, per quanto io cercassi di fare, fare, fare, l’esigenza forte che sentivo era di togliere un po’ di tempo all’azione per fermarmi a contemplare Dio, ad ascoltarlo, a pregare.

Per tanti anni ho ritenuto questa mia spinta interiore quasi un limite, una carenza, rispetto a chi è continuamente in azione e concretamente riesce ad aiutare gli altri molto più di me, fino a che un giorno ho deciso di mollare la presa, di smetterla di voler essere come gli altri e dare più credito a questo desiderio.

Solo dopo aver accettato di assecondare il cuore senza più cercare di imitare un modello ideale di buon laico che avevo in mente, ho saputo che molti eremiti urbani sono laici, con una vita normalissima, una famiglia, un lavoro e una casa dentro a un palazzo, in mezzo al caos della città: con una gioia infinita all’improvviso ho scoperto che quel modo istintivo di vivere la mia vocazione, quella ricerca quotidiana di silenzio, di preghiera, di dialogo con Dio, aveva un nome, poteva essere quindi definita e, di conseguenza, riconosciuta: eremita laica di città.

Il diritto canonico del 1983 al canone 603 dichiara all’art.1 “Oltre agli istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella assidua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo.”
All’art.2 si parla poi dell’eremita diocesano, che può essere anch’egli laico o consacrato: “l’eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata se professa pubblicamente i tre consigli evangelici, confermandoli con voto o con altro vincolo sacro, nelle mani del Vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva il programma di vita che gli è propria.”

Oggi, finalmente, nel vivere in città, tra il caos delle auto e la frenesia delle tante attività, riconosco non un limite ma il deserto, il mio deserto: il luogo in mezzo al quale trovare comunque uno spazio di silenzio interiore, di ascolto e dialogo con Dio; oggi la difficoltà di questo deserto non è la solitudine, ma il troppo rumore e la gente che ti guarda con occhi stupiti se ti vede sgranare il rosario mentre cammini e non sei vestita da suora, ma da cittadina qualunque!

Essere eremita laica non significa certo smettere di vivere la vita con i doveri e le responsabilità quotidiane, non vuol dire nemmeno isolarsi dalla Chiesa, dalla propria comunità parrocchiale o dalla società, anzi! significa piuttosto vivere una forma di monachesimo interiorizzato, ritagliandosi momenti di silenzio a tu per tu con Dio, secondo una regola che si sceglie e, nel mio caso specifico, senza togliere niente alla famiglia, che resta comunque al centro della mia vita!

Si stima che ad oggi, in Italia, gli eremiti urbani, tra laici e consacrati, siano circa 200… molti forse hanno questa vocazione senza essere riusciti ancora a definirla, come per anni è capitato a me; che il Signore aiuti ciascuno di noi a scoprire e far fiorire la propria vocazione e i talenti che ci ha donato!