L’iconostasi – confine tra il visibile e l’invisibile

Secondo il teologo Pavel Florenskij l’iconostasi, cioè il tramezzo che nelle chiese orientali divide la zona dell’altare da quella in cui si radunano i fedeli, non ha lo scopo di nascondere la celebrazione del mistero eucaristico, ma quello di mostrare ai credenti, attraverso le icone, la gloria del paradiso, nella quale avviene la liturgia celeste.

L’iconostasi è quindi la linea che al contempo divide e congiunge il cielo e la terra; su di essa si manifestano le creature sante, poste sul confine tra visibile e invisibile.

L’iconostasi nella foto è quella di una chiesa ortodossa di Sapanta, in Romania.

 

Le vie del Signore sono infinite

Siamo appena entrati in Romania🇷🇴 !

Un paese che ha attraversato grandi sofferenze; mi piace ricordare che la caduta di Ceaușescu è partita da una parrocchia di Timisoara: le vie del Signore sono infinite!

Ecco qua la storia della caduta del regime comunista:

“Il 16 dicembre 1989 scoppiò a Timișoara la rivoluzione che avrebbe portato alla caduta di Nicolae Ceaușescu e del regime comunista romeno. Tutto ebbe inizio con la protesta dei parrocchiani contro il trasferimento forzato del pastore calvinista László Tőkés; ai fedeli che manifestavano davanti alla parrocchia si unirono i passanti e in breve tempo la protesta si estese, raccogliendo nel centro della città decine di migliaia di persone. In seguito a scontri sanguinosi, ci furono 73 morti e 253 feriti il 20 dicembre 1989. Gli avvenimenti di Timișoara portarono una settimana più tardi alla caduta del regime di Ceaușescu. L’11 marzo 1990 gli stessi gruppi che avevano contribuito alla riuscita della rivoluzione presentarono anche il documento programmatico della Proclamazione di Timișoara, che fu di ispirazione anche per altri movimenti civici, politici e culturali.” (Tratto da Wikipedia)

Affidamento a Maria assunta in cielo

Trovandomi in Ungheria in questi giorni, sono rimasta colpita dalla grande fede di re Stefano – santo- che, poco dopo l’anno 1000, proclamò la Madonna patrona di Ungheria, e ad essa consacrò il suo regno e tutto il suo popolo.

Nel giorno dell’Assunta del 1038 re Stefano offri’ in dono alla Vergine la sua corona, perché ella vegliasse sulla giovane chiesa e la proteggesse nel corso dei secoli.

Da allora, pur con alterne vicende, l’Ungheria è rimasta uno terra particolarmente devota alla Madonna; addirittura nel 1942 PioXII consacrò l’Ungheria al cuore immacolato di Maria, cosa che fu ripetuta l’anno seguente dal sindaco di Budapest.

Proprio Pio XII scrisse la seguente preghiera, dedicata a Maria Assunta in Cielo, dopo averne proclamato, nel 1950, il dogma!

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini,
Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede
nella Tua Assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo,
ove sei acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli
e da tutte le schiere dei Santi; e noi ad essi ci uniamo
per lodare e benedire il Signore,
che Ti ha esaltata sopra tutte le altre pure creature,
e per offrirti l’anelito della nostra devozione e del nostro amore.

Noi sappiamo che il Tuo sguardo,
che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra,
si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata,
e che la letizia dell’anima Tua nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità
fa sussultare il Tuo cuore di beatificante tenerezza; e noi, poveri peccatori,
noi a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima,
Ti supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinché apprendiamo, fin da quaggiù,
a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.

Noi confidiamo che le Tue pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie
e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze;
che le Tue labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie;
che Tu senta la voce di Gesù dirti di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato:
Ecco il tuo figlio; e noi, che Ti invochiamo nostra Madre,
noi Ti prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.

Noi abbiamo la vivificante certezza che i Tuoi occhi,
i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù,
si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre,
alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli;
e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime,
attendiamo dal Tuo celeste lume
e dalla Tua dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori,
alle prove della Chiesa e della nostra Patria.

Noi crediamo infine che nella gloria, ove Tu regni,
vestita di sole e coronata di stelle,
Tu sei; dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi;
e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini,
confortati dalla fede nella futura risurrezione,
guardiamo verso di Te, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza;
attraici con la soavità della Tua voce, per mostrarci un giorno,
dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del Tuo seno,
o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria

Oltre la porta

Due angeli che sorvegliano una porta: sembrano pronti ad accogliere chi vi voglia entrare… potrebbe essere la porta del paradiso, possiamo immaginare che sia la porta per entrare nel regno dei cieli, ma il regno dei cieli è già qua, dipende da come noi viviamo ogni giorno, da quanto lasciamo entrare lo Spirito nel nostro quotidiano… forse allora è una porta da cui non entrano gli uomini, ma dalla quale esce lo Spirito Santo in persona, per vivificare le nostre giornate, le nostre vite.

Siamo pronti ad aprire quella porta? Ad entrare nel regno dei cieli o ad accogliere lo Spirito che viene a noi?

La gioia e la grazia: le impronte di Dio su di noi!

“Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perchè, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. […] Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia”
“2 Cor 7, 8, 10

Quando apriamo il cuore a Dio, il Signore lascia su di noi, sul nostro volto e nei gesti che compiamo, due “impronte” inconfondibili: la gioia e la grazia!

La gioia, quella profonda che ci deriva dall’amore del Padre, non ci lascia mai, neanche quando siamo nelle difficoltà più gravi… non è la felicità e nemmeno l’allegria, è qualcosa di più profondo, come un sottofondo che accompagna i nostri giorni.

La grazia è quella cosa per cui tutto è possibile, e non per un delirio di onnipotenza anzi, per il contrario, per il riconoscersi figli, piccolissimi figli di Dio a cui Lui non farà mai mancare il necessario; per grazia riusciamo ad avere la fede, per grazia possiamo amare i fratelli ed esercitare la carità, per grazia la speranza resta viva in noi anche nei momenti peggiori.

Siamo testimoni del Vangelo, sempre, anche quando non ci pensiamo, anche quando siamo sovrappensiero, magari mentre facciamo la spesa, in autobus, quando incontriamo un vicino… siamo cristiani sempre e non solo quando varchiamo le porte di una chiesa, non dimentichiamo mai di testimoniare con la nostra vita, con la gioia del cuore e la fiducia nella grazia del Signore, l’amore di Dio!

 

 

 

San Domenico e l’apostolato del Rosario

Oggi, 8 agosto, la Chiesa ricorda san Domenico, gigante della fede vissuto tra il 1170 e il 1221: un’epoca di grande fermento religioso ma anche di eresie.

San Domenico, fondò l’ordine dei predicatori – detti domenicani – , che ancora oggi vivono in comunità fraterne praticando la povertà, studiando e contemplando la Verità che libera e purifica, consacrandosi a Dio per la missione della “predicazione della Parola di Dio, annunciando per il mondo intero il nome di Gesù Cristo” (Onorio III a Domenico dí Guzman), testimoniando nel mondo la libertà e la gioia evangelica.

A san Domenico dobbiamo non solo l’ordine dei predicatori, ma anche la grande diffusione del santo rosario!

Il termine “rosario” deriva da un’usanza medioevale che consisteva nel mettere una corona di rose sulle statue della Vergine; queste rose erano simbolo delle preghiere “belle” e “profumate” rivolte a Maria; nacque così l’idea di utilizzare una collana di grani (la corona) per guidare la meditazione.

Nel XIII secolo i monaci cistercensi elaborarono, a partire da questa collana, una nuova preghiera che chiamarono rosario, dato che la comparavano ad una corona di rose mistiche offerte alla Vergine.

Questa devozione fu resa popolare da San Domenico, il quale, secondo la tradizione, ricevette nel 1214 il primo rosario dalla Vergine Maria, nella prima di una serie di apparizioni, come un mezzo per la conversione dei non credenti e dei peccatori. Prima di San Domenico, era pratica comune la recita dei “rosari di Padre Nostro”, che richiedevano la recita del Padre Nostro secondo il numero di grani di una collana.

Nella tradizione domenicana l’apostolato del rosario è un elemento centrale: “nella recita del santo Rosario non si tratta di ripetere delle formule, quanto piuttosto di entrare in colloquio confidenziale con Maria, di parlarle, di manifestarle le speranze, di confidarle le pene, di aprirle il cuore, di dichiarare la propria disponibilità nell’accettare i disegni di Dio, di prometterle fedeltà in ogni circostanza, soprattutto in quelle più difficili e dolorose, sicuri della sua protezione, convinti che Ella ci otterrà dal suo Figlio tutte le grazie necessarie alla nostra salvezza. (Giovanni Paolo II, 26 ottobre 1997)

San Domenico è stato un vero Apostolo del Vangelo: predicatore infaticabile dalla Misericordia di Dio fatta carne, Gesù Cristo, il Verbo fatto uomo nel grembo di Maria! Non poteva, quindi, scindersi in lui dal suo essere predicatore, una squisita devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali – nella storia della Chiesa – hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà.

Annunciare il Vangelo per mezzo dell’Apostolato del rosario è una grande missione, quanto mai urgente ai nostri tempi. Il Santo Rosario è la preghiera più semplice ed evangelica che il popolo di Dio conosca e che pratichi: “non avranno fame di pane o sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore” (Am 8, 11).

La nostra vita si svolge come i misteri del rosario: gioia, dolore e gloria. Noi siamo conviti che in ogni istante della nostra vita è possibile incontrare Cristo Gesù, il frutto benedetto di Maria, colei che per prima si fa sua discepola, divenendo per noi Maestra nella fede. Ogni giorno viviamo un mistero. La nostra vita è attraversata dalla forza della chiamata (i misteri del gaudio): come Maria anche noi siamo chiamati ad intrecciare la nostra storia realmente con quella del Signore della Storia; è attraversata dalla fatica della sequela (i misteri del dolore): come Maria e con Maria, viviamo la tribolazione e la prova del Signore Crocifisso; è attraversata dalla promessa mantenuta (i misteri della gloria): con Maria e per sua intercessione, gustiamo la realizzazione della promessa del Signore, l’Emmanuele – il Dio con noi – che non ci abbandona, ma ci chiama con sé eternamente.
Se la nostra vita è come i misteri del rosario, così diversi e così complementari, non dobbiamo mai dimenticarci che tutti e ciascuno finiscono con il “gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”: in ogni istante della nostra vita, quando sentiamo ripetere anche per noi “il Signore è con te” (Lc 1,26), noi rispondiamo: “Padre, glorifica il tuo nome!” (Gv 12,28).

I frati domenicani vogliono impegnarsi in questo apostolato mariano, attraverso:

1. la diffusione delle Associazioni Rosariane (Confraternita, rosario vivente, rosario perpetuo)
2. condividere il “Segreto del Rosario” come via di santificazione personale
3. Giornate Mariane per le comunità parrocchiali
4. Settimana Mariana (esercizi spirituali in tema mariana) alle comunità parrocchiali e alle comunità di vita consacrata
5. formazione spirituale al clero su temi mariani”

Il testo virgolettato l’ho preso dal sito dei frati domenicani , che vi invito a visitare per approfondire la spiritualità domenicana.

La trasfigurazione di Gesù: luce, quiete, paura sulla strada di Pietro e sul nostro cammino

Oggi nella Chiesa è festa, si ricorda la trasfigurazione: Gesù, Giacomo, Pietro e Giovanni salgono su un monte per pregare, mentre Gesù prega il suo volto cambia, la veste diviene luminosissima e compaiono Mosè ed Elia, che parlano con Lui del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme. I discepoli sono oppressi dal sonno eppure riescono a vedere qualche istante di questa scena e Pietro ne resta così colpito che afferma “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”; in quel momento una nube li avvolge con la sua ombra e sentono una voce uscire da essa, che dice: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.
(Lc 9,28b-36)

Ci sarebbe tantissimo da scrivere su questo brano, ma per non dilungarmi troppo mi concentrerò su quattro aspetti:

  1. la trasfigurazione avviene in un momento di profonda preghiera, ed è in questa situazione che Gesù diviene luminosissimo. La preghiera lascia tracce profonde, non solo interiori ma anche esteriori, simile a quella luce che molti di noi hanno certamente visto sul viso di persone immerse nella preghiera… per quel che mi riguarda, non potrò mai scordare lo sguardo di Elisabetta, clarissa in Santa Chiara, e padre Paul, meraviglioso mistico, che ho avuto la fortuna di conoscere ad Assisi in tempi diversi.
  2. Il Vangelo dice che Mosè ed Elia parlano con Gesù del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme, dove sappiamo che sarà crocifisso. Sembra che il Signore voglia mostrare ai tre discepoli la gloria di Dio prima che avvengano i fatti dolorosi di cui saranno testimoni, perché nei giorni della passione, consapevoli che Gesù è il Figlio di Dio, possano comprendere ciò che accade e scegliere il modo migliore per agire. Non c’è trasfigurazione senza passione, non c’è risurrezione senza morte, vale per Gesù come per ciascuno di noi; la croce non è qualcosa di decorativo, è la strada stessa che ciascuno di noi si trova ad affrontare più volte nella vita: possiamo maledirla, possiamo cercare di scansarla oppure, quando arriva, possiamo scegliere di abbracciarla, non per un piacere perverso e masochista, ma per la fiducia immensa in Dio e nel suo amore: qualunque cosa ci accadrà il Padre non ci abbandona! La croce vissuta alla luce della fede diventa una scala per il cielo, trasforma le persone in preghiere, in vista della luce eterna! Non a caso la Chiesa ha posto la festa della trasfigurazione 40 giorni prima del giorno in cui ricorda l’esaltazione della croce!
  3. Gesù e i discepoli vengono avvolti da una nube che spaventa Pietro, Giacomo e Giovanni; il testo dice: “all’entrare nella nube ebbero paura”: è l’incontro con il mistero di Dio, qualcosa di più grande di noi che, concentrati sui nostri piani terreni, veniamo sconvolti e a volte spaventati dai grandi progetti di Dio e, soprattutto, dal suo stesso amore, dalla presenza di Lui nella nostra vita.
  4. “Maestro, è bello per noi essere qui, facciamo tre capanne”: è una condizione così meravigliosa, un’esperienza così straordinaria che Pietro vorrebbe fermarsi lì per sempre; Pietro rappresenta la chiesa stessa, cioè noi, ciascuno di noi… vorrebbe fermarsi lì, ma non è possibile, o meglio, se davvero restasse lì il cammino di fede sarebbe spezzato, perché non arriverebbe al compimento della croce e della risurrezione… le condizioni che ci appaiono ideali non sempre sono le migliori, agli occhi di Dio, solo Lui conosce la strada, i tempi, i modi giusti per ciascuno!

Auguro a tutti noi di portare nel cuore la luce della fede, quella luce potente dell’amore di Dio che solo per grazia possiamo ricevere!

La Madonna della Neve e il primo grande santuario mariano

La notte del 5 agosto 352 la Madonna apparve a papa Liberio e ad un patrizio romano, invitandoli a costruire una chiesa là dove, il mattino seguente, avrebbero trovato la neve.

La mattina del 6 agosto una prodigiosa nevicata ricoprì un’area ben definita, sul quale il papa e il patrizio fecero costruire il primo grande santuario mariano, Santa Maria della Neve, l’attuale Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali di Roma.

Papa Sisto III, per ricordare la celebrazione del concilio di Efeso (431) nel quale era stata proclamata la maternità divina di Maria, fece poi ricostruire la chiesa nelle dimensioni attuali.

Ogni anno il 5 agosto aSanta Maria Maggiore, con una solenne celebrazione,  viene rievocato “il miracolo della nevicata” attraverso giochi di luce, nevicate artificiali o cascate di petali bianchi che discendono sull’assemblea dei  fedeli.

testo liberamente ispirato a “Sulla tua parola – il messalino”

“Pregate incessantemente”: la preghiera del cuore o di Gesù

COS’E’
La preghiera del cuore trae origine dalla tradizione cristiana orientale; si tratta di una preghiera molto breve, composta da una sola parola o una breve frase, ripetuta in modo continuativo; nonostante possano esisterne varie formule, quella più conosciuta recita: “Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore (o peccatrice)”.

La definizione “del cuore” è dovuta al fatto che, nella tradizione biblica, a livello del cuore si trova il centro dell’uomo e della sua spiritualità; il cuore non rappresenta solo l’affettività ma rimanda alla nostra identità più profonda ed è il luogo della saggezza.
Poiché, solitamente, tale preghiera comprende il nome di Gesù, spesso viene definita anche “preghiera di Gesù”.

Questa forma di preghiera tiene conto del ritmo del cuore, della respirazione, dell’essere presenti a se stessi per essere più disponibili a Dio.
È una tradizione molto antica che attinge dagli insegnamenti dei Padri del deserto egiziano, monaci che si sono dati totalmente a Dio in una vita eremitica o comunitaria con un’attenzione particolare alla preghiera, all’ascesi e al dominio sulle passioni.
Essi possono essere considerati i successori dei martiri, grandi testimoni della fede all’epoca delle persecuzioni religiose, che cessarono quando il cristianesimo divenne religione di Stato nell’impero romano. A partire dalla loro esperienza, si sono impegnati in un lavoro di accompagnamento spirituale ponendo l’accento sul discernimento di ciò che si viveva nella preghiera. In seguito, la tradizione ortodossa ha valorizzato una preghiera in cui alcune parole tratte dai Vangeli sono accostate al respiro e ai battiti del cuore. Queste parole sono state pronunziate dal cieco Bartimeo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» (Mc 10,47) e dal pubblicano che prega così: «Signore, abbi pietà di me, peccatore» (Lc 18,13).

Questa tradizione è stata riscoperta di recente dalle Chiese d’Occidente, benché risalga a un’epoca anteriore allo scisma tra i cristiani d’Occidente e d’Oriente. E’ dunque un patrimonio comune da esplorare e da gustare, che ci interessa in quanto mostra come possiamo associare il corpo, il cuore e la mente su un cammino spirituale cristiano. Ci possono essere convergenze con alcuni insegnamenti provenienti da tradizioni dell’Estremo Oriente.

LA RICERCA DEL PELLEGRINO RUSSO E L’ESICASMO

I “Racconti di un pellegrino russo” ci permettono di accostarci alla preghiera del cuore, attraverso questo testo, infatti, l’Occidente ha riscoperto l’esicasmo: un sistema spirituale cristiano, di orientamento essenzialmente contemplativo, che ricerca la perfezione dell’uomo nell’unione con Dio tramite la preghiera incessante.
In Russia esisteva un’antica tradizione secondo la quale certe persone, attirate da un cammino spirituale esigente, partivano a piedi attraverso la campagna, come pellegrini mendicanti andavano di monastero in monastero, alla ricerca di risposte alle loro domande spirituali; questa specie di ritiro peregrinante, nel quale avevano un ruolo importante l’ascesi e le privazioni, poteva durare diversi anni.

Il pellegrino russo è un uomo vissuto nel XIX secolo; i suoi racconti furono pubblicati verso il 1870. L’autore non è chiaramente identificato, certamente era un uomo che aveva un problema di salute (un braccio atrofizzato) e che era assillato dal desiderio d’incontrare Dio. Un giorno, in una chiesa, egli scolta alcune parole tratte dalle lettere di san Paolo, inizia allora un pellegrinaggio del quale  scrive nel racconto. Ecco come egli si presenta: “Per grazia di Dio sono cristiano, per le mie azioni un grande peccatore, per condizione un pellegrino senza dimora e del genere più umile, che vaga da un luogo all’altro. Tutti i miei averi consistono in una bisaccia di pan secco sulle spalle, e la Sacra Bibbia sotto la camicia. Nient’altro. Durante la ventiquattresima settimana dopo il giorno della Trinità entrai in chiesa durante la liturgia per pregare un pò; stavano leggendo la pericope della lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, in cui si dice: «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17). Questa massima mi si fissò particolarmente nella mente, e incominciai dunque a riflettere: come si può pregare incessantemente, quando per ogni uomo è inevitabile e necessario impegnarsi anche in altre faccende per procurarsi il sostentamento? Mi rivolsi alla Bibbia e vi lessi con i miei occhi quello che avevo udito, e cioè che bisogna pregare «incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito» (Ef 6,18), pregare «alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (1Tm 2,8). Pensavo e pensavo, ma non sapevo che cosa decidere. «Che fare?», riflettevo. «Dove trovare qualcuno che possa spiegarmelo? Andrò per le chiese dove parlano celebri predicatori, forse sentirò qualcosa di convincente». E andai. Udii molte prediche eccellenti sulla preghiera. Ma erano tutti insegnamenti sulla preghiera in genere: che cos’è la preghiera, com’è necessario pregare, quali sono i suoi frutti; ma nessuno diceva come progredire nella preghiera. Ci fu sì una predica sulla preghiera nello spirito e sulla preghiera continua; ma non vi si indicava come arrivarci (pp. 25-26).

Il Pellegrino è dunque molto deluso, perché ha sentito quest’appello a una preghiera continua, ha ascoltato le prediche, ma non ha ricevuto risposta. Dobbiamo riconoscere che questo è un problema ancora attuale nelle nostre chiese. Sentiamo dire che bisogna pregare, siamo invitati a imparare a pregare, ma, in conclusione, la gente pensa che non ci siano luoghi dove ci si possa fare iniziare alla preghiera, particolarmente a pregare incessantemente e tenendo conto del proprio corpo. Allora, il Pellegrino comincia a fare il giro delle chiese e dei monasteri. E arriva da uno starec – un monaco accompagnatore spirituale – che lo riceve con bontà, lo invita a casa sua e gli propone un libro dei Padri che gli permetterà di capire chiaramente che cos’è la preghiera e di impararla con l’aiuto di Dio: la Filocalia (che in greco significa ” l’amore della bellezza”). Gli spiega quella che si chiama la preghiera di Gesù.

COME SI PREGA
Lo starec dice al pellegrino russo: “La preghiera interiore e perpetua di Gesù consiste nell’invocare incessantemente, senza interruzione, il nome divino di Gesù Cristo con le labbra, la mente e il cuore, immaginando la sua presenza costante e chiedendo il suo perdono, in ogni occupazione, in ogni luogo. in ogni tempo, persino nel sonno. Essa si esprime con queste parole: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!». Chi si abitua a questa invocazione ne riceve grande consolazione, e sente l’esigenza di recitare sempre questa preghiera, tanto che non può più farne a meno, ed essa stessa fluisce spontaneamente in lui. Adesso hai capito che cosa sia la preghiera continua?” E il Pellegrino esclama colmo di gioia: “Per amor di Dio, insegnatemi come arrivarci!”.
Lo Starec prosegue: “Impareremo la preghiera leggendo questo libro, che si intitola Filocalia” (opera che raccoglie testi tradizionali della spiritualità ortodossa).
Lo starec sceglie un brano di san Simeone il Nuovo Teologo:

Siedi in silenzio e appartato; china il capo, chiudi gli occhi; respira più lentamente, guarda con l’immaginazione dentro il cuore, porta la mente, cioè il pensiero, dalla testa al cuore. Mentre respiri, di’: «Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore», sottovoce con le labbra, oppure solo con la mente. Cerca di scacciare i pensieri, sii tranquillo e paziente, e ripeti spesso questo esercizio.

Dopo avere incontrato questo monaco, il Pellegrino russo legge altri autori e continua ad andare di monastero in monastero, da un luogo di preghiera a un altro, facendo ogni specie di incontri lungo il cammino e approfondendo quel suo desiderio di pregare incessantemente. Egli conta il numero di volte che pronunzia l’invocazione. Fra gli ortodossi la corona del rosario è costituita di nodi (cinquanta o cento nodi). È l’equivalente del rosario, ma qui non vi sono il Padre nostro e l’Ave Maria rappresentati da grani grossi e piccoli, più o meno distanziati. I nodi sono invece della stessa dimensione e disposti uno dopo l’altro, con l’unico intento della ripetizione del nome del Signore, pratica che si acquisisce progressivamente.

Ecco come il nostro Pellegrino russo ha scoperto la preghiera continua, a partire da una ripetizione molto semplice, tenendo conto del ritmo della respirazione e del cuore, cercando di uscire dalla mente, per entrare nel cuore profondo, quietare il proprio essere interiore e rimanere così in preghiera permanente.

RIPETIZIONE, PRESENZA DEL CORPO, ENERGIA DELLA PREGHIERA
Questa storia del Pellegrino contiene tre insegnamenti che alimentano la nostra ricerca.

Il primo pone l’accento sulla ripetizione. Non abbiamo bisogno di andare a cercare i mantra degli indù, nella tradizione cristiana è presente un modo abbastanza simile di pregare che consiste nella ripetizione del nome di Gesù. In numerose tradizioni religiose, la ripetizione di un nome o di una parola in rapporto con il divino o il sacro è il luogo di concentrazione e di acquietamento per la persona, e di relazione con l’invisibile. Allo stesso modo, gli ebrei ripetono più volte al giorno lo Shemà (la proclamazione di fede che comincia con «Ascolta, o Israele…», Dt, 6,4). La ripetizione è stata ripresa dal rosario cristiano (che proviene da san Domenico, nel XII secolo). La ripetitività della preghiera è dunque qualcosa di classico anche nelle tradizioni cristiane.

Il secondo insegnamento verte sulla presenza al corpo, che si riallaccia ad altre tradizioni cristiane. Nel XVI secolo, sant’Ignazio di Loyola, che è stato all’origine della spiritualità dei gesuiti, segnala l’interesse di pregare al ritmo del cuore o della respirazione, dunque l’importanza di un’attenzione al corpo (cfr. Esercizi spirituali, 258-260). In questa maniera di pregare, si prendono le distanze riguardo a una riflessione intellettuale, a un approccio mentale, per entrare in un ritmo più affettivo, perché la preghiera ripetuta non è solamente esteriore, vocale, ma diventa un tutt’uno con il corpo di colui che prega.

Il terzo insegnamento si riferisce all’energia che si sprigiona nella preghiera. Questo concetto di energia – che si incontra spesso attualmente – è molte volte ambiguo, polisemico (vale a dire che ha significati differenti). Trattandosi della tradizione nella quale si inscrive il Pellegrino russo, si parla di un’energia spirituale la quale si trova nel nome stesso di Dio che viene pronunziato. Questa energia non rientra nella categoria dell’energia vibratoria, come nella pronuncia della sacra sillaba OM, che è materiale. Sappiamo che il primo mantra, il mantra originario per l’induismo è la sillaba mistica OM. È la sillaba iniziale, che viene dalle profondità dell’uomo, nella forza dell’espirazione. Nel nostro caso, si tratta di energie increate, l’energia divina stessa, che viene nella persona e la pervade quando essa pronunzia il nome di Dio. L’insegnamento della Filocalia permette dunque di ricollegarsi all’esperienza della ripetizione, del respiro e del corpo, dell’energia, ma assunta in una tradizione cristiana in cui non si tratta di un’energia cosmica, ma spirituale.

Ritorniamo alla trasmissione della tradizione della preghiera del cuore, dell’invocazione incessante del nome di Gesù, che si localizza nelle profondità del cuore. Essa risale alte tradizioni dei Padri greci del Medioevo bizantino: Gregorio Palamàs, Simeone il Nuovo Teologo, Massimo il Confessore, Diadoco di Fotice; e ai Padri del deserto dei primi secoli: Macario ed Evagrio. Alcuni la riallacciano persino agli apostoli… (nella Filocalia). Questa preghiera si è sviluppata soprattutto nei monasteri del Sinai, al confine dell’Egitto, a partire dal VI secolo, poi sul monte Athos nel XIV secolo. Lì vivono ancora centinaia di monaci completamente isolati dal mondo, sempre immersi in questa preghiera del cuore. In alcuni monasteri si continua a mormorarla, come un ronzio di alveare, in altri la si dice interiormente, in silenzio. La preghiera del cuore fu introdotta in Russia verso la metà del XIV secolo. Il grande mistico san Sergio di Radonez, il fondatore del monachesimo russo, la conosceva. Altri monaci in seguito l’hanno fatta conoscere nel XVIII secolo, poi essa si è diffusa progressivamente al di fuori dei monasteri, grazie alla pubblicazione della Filocalia, nel 1782. Infine, la diffusione dei Racconti del Pellegrino russo a partire dalla fine del XIX secolo l’ha resa popolare.

Nel corso dei secoli gli ortodossi sono rimasti più vicini alla pratica della preghiera continua, mentre la tradizione cattolica occidentale recente si è evoluta piuttosto verso un approccio razionale e istituzionale del cristianesimo.

LA POTENZA DEL NOME
Nella mistica ortodossa si dice che la preghiera del cuore è al centro dell’ortodossia: perchè? Perché l’invocazione incessante del nome di Gesù è qualcosa di potente; per la tradizione ebraica il nome di Dio è sacro, al punto che gli ebrei non lo pronunciano mai nella Bibbia, definendolo solo come il Nome o il tetragramma, le quattro lettere”. Soltanto il sommo sacerdote aveva il diritto di pronunziare il nome di Jhwh, nel santo dei santi. Ogni volta che nella Bibbia si parla del Nome, si parla di Dio. Nel nome stesso, c’è una presenza straordinaria di Dio.

Si ritrova l’importanza del nome negli Atti degli Apostoli, il primo libro della tradizione cristiana dopo i Vangeli: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo» (At 2,21). Il nome è la persona, il nome di Gesù salva, guarisce, scaccia gli spiriti impuri, purifica il cuore. Ecco che cosa dice a questo proposito un sacerdote ortodosso: «Portate costantemente nel cuore il dolcissimo nome di Gesù; il cuore è infiammato dal richiamo incessante di questo nome diletto, di un ineffabile amore per lui».

La preghiera «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore»si fonda sull’esortazione a pregare sempre e che abbiamo ricordato a proposito del Pellegrino russo; tutte le sue parole provengono dal Nuovo Testamento: è il grido del peccatore che chiede aiuto al Signore, in greco è il «Kyrie, eleison», formula utilizzata anche nella liturgia cattolica e recitata decine di volte negli uffizi ortodossi greci. La ripetizione del «Kyrie, eleison» è dunque importante nella liturgia orientale.

SCEGLI UNA PREGHIERA DEL CUORE CHE PORTI IL NOME DI GESU’
Per addentrarci nella preghiera del cuore, non siamo obbligati a recitare la formula: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me (peccatore)»; possiamo scegliere un’altra parola o frase che ci commuove.
Bisogna tuttavia comprendere l’importanza della presenza del nome di Gesù, quando vogliamo penetrare a fondo il significato di questa invocazione.

Nella tradizione cristiana, il nome di Gesù (che in ebraico si dice Jehoshua) significa: «Dio salva». È un modo di rendere presente il Cristo nella nostra vita. L’importante è prendere l’abitudine di ripetere regolarmente questa espressione, come un segno di tenerezza che si esprime a qualcuno. Quando siamo avviati su un cammino spirituale e accettiamo che sia un cammino di relazione con Dio, scopriamo dei nomi particolari che rivolgiamo a Dio, nomi che amiamo in modo particolare: sono talvolta nomi affettuosi, pieni di tenerezza, che possono essere detti secondo la relazione che si ha con lui. Per alcuni, sarà Signore, Padre; per altri, sarà Papà, oppure Diletto… Una sola parola può bastare in questa preghiera; la cosa principale è non cambiare troppo spesso, ripeterla regolarmente, e che sia per chi la pronuncia una parola che lo radica nel suo cuore e nel cuore di Dio.

Alcuni di noi possono essere riluttanti di fronte alle parole «pietà» e «peccatore». La parola pietà disturba perché ha preso spesso una connotazione doloristica o umiliante. Ma se la consideriamo nel suo primo significato di misericordia e di compassione, la preghiera può anche voler dire: «Signore, guardami con tenerezza». La parola peccatore evoca il riconoscimento delle nostre povertà. Non vi è in ciò nessun senso di colpa incentrato su una lista di peccati. Il peccato è piuttosto uno stato in cui percepiamo fino a che punto facciamo fatica ad amare e a lasciarci amare come vorremmo. Peccare significa «fallire il bersaglio»… Chi non riconosce di fallire il bersaglio più spesso di quanto vorrebbe? Rivolgendoci a Gesù, gli chiediamo di avere compassione delle difficoltà che abbiamo a vivere al livello del cuore profondo, nell’amore. È una richiesta di aiuto per liberare la sorgente interiore.

RESPIRARE LO SPIRITO SANTO
In che modo si associa la respirazione alla preghiera del cuore?
Come racconta il Pellegrino russo, si ripete l’invocazione un certo numero di volte utilizzando il rosario a nodi (un rosario particolare, di tipo ortodosso…ma andrà benissimo anche un rosario tradizionale); il fatto di recitare questa preghiera cinquanta o cento volte sul rosario permette di sapere a che punto si è, ma non è questa certamente la cosa più importante. Quando lo starec indica al Pellegrino russo come doveva procedere, gli dice: «Tu cominci dapprima con mille volte e poi duemila volte…». Con il rosario, ogni volta che si dice il nome di Gesù, si fa scorrere un nodo. Questa ripetizione fatta sui nodi permette di fissare il pensiero, ricorda quello che si sta facendo e aiuta così a rimanere consapevoli del procedimento di preghiera.

Accanto al rosario, il lavoro della respirazione ci dà il segno migliore di riferimento.
Le parole che compongono la preghiera vanno ripetute prima al ritmo dell’inspirazione, poi dell’espirazione, in modo da farle penetrare progressivamente nel nostro cuore. In questo caso, i nodi non sono necessari. In ogni modo, anche in questo, non cerchiamo di fare prodezze. Appena ci inoltriamo su un cammino di preghiera con l’obiettivo di ottenere risultati visibili, seguiamo lo spirito del mondo e ci allontaniamo dalla vita spirituale. Nelle tradizioni spirituali più profonde, siano esse giudaiche, induiste, buddhiste o cristiane, esiste una libertà in quanto ai risultati, perché il frutto è già nel cammino. Lo scopo è di arrivare a una libertà interiore sempre più grande, a una comunione sempre più profonda con Dio. Ciò viene dato impercettibilmente, progressivamente. Il solo fatto di essere in cammino, di essere attenti a quel che viviamo, è già il segno di una continua presenza al presente, nella libertà interiore. Il resto, non abbiamo bisogno di ricercarlo: è dato in sovrappiù.

Gli antichi monaci invitano a non esagerare, a non ripetere il Nome fino a inebetirsi completamente; lo scopo non è certo quello di andare in trance. Esistono altre tradizioni religiose che propongono metodi per arrivarci, accompagnando il ritmo delle parole con un’accelerazione della respirazione. Ci si può aiutare battendo sui tamburi, o con movimenti rotatori del tronco come in certe confraternite sufi. Si provoca così una iperventilazione, dunque un’iperossigenazione del cervello che determina una modificazione dello stato di coscienza. La persona che partecipa a queste trances è come trascinata dagli effetti dell’accelerazione della sua respirazione. Il fatto di essere in molti a dondolarsi insieme accelera il processo. Nella tradizione cristiana, quel che viene ricercato è la pace interiore, senza nessuna manifestazione particolare. Le Chiese sono sempre state prudenti a proposito delle esperienze mistiche. Normalmente, nel caso dell’estasi, la persona quasi non si muove, ma ci possono essere leggeri movimenti esterni. Non si ricerca nessuna agitazione né eccitazione, la respirazione serve unicamente da supporto e da simbolo spirituale alla preghiera.

Perché collegare il Nome al respiro? Nella tradizione giudeo-cristiana, Dio è il soffio dell’uomo. Quando l’uomo respira, riceve una vita che gli viene data da un Altro. L’immagine della discesa della colomba – simbolo dello Spirito Santo – su Gesù al momento del battesimo è considerata nella tradizione cistercense come il bacio del Padre a suo Figlio. Nella respirazione, sì riceve il soffio del Padre. Se in quel momento, in questo respiro, si pronuncia il nome del Figlio, sono presenti il Padre, il Figlio e lo Spirito. Nel Vangelo di Giovanni si legge: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14,23). La respirazione al ritmo dei nome di Gesù dà un senso particolare all’inspirazione. «La respirazione serve da supporto e da simbolo alla preghiera. “Il nome di Gesù è un profumo che si effonde” (cfr. Cantico dei cantici, 1,4). Il soffio di Gesù è spirituale, guarisce, scaccia i demoni, comunica lo Spirito Santo (Gv 20,22). Lo Spirito Santo è Soffio divino (Spiritus, spirare), spirazione di amore in seno al mistero trinitario. La respirazione di Gesù, come il battito del suo cuore, doveva essere incessantemente legata a questo mistero di amore, come pure ai sospiri della creatura (Mc 7,34 e 8,12) e alle “aspirazioni” che ogni cuore umano porta in sé. È lo Spirito stesso che prega per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26)» (Serr J.).

Ci si potrebbe basare anche sul battito del cuore per ritmare la recitazione. E’ questa la tradizione più antica per la preghiera del cuore, ma ci rendiamo conto che ai nostri giorni, con gli attuati ritmi di vita, non abbiamo più il ritmo cardiaco che aveva il contadino o il monaco nella sua cella. Inoltre, bisogna fare attenzione a non concentrarsi esageratamente su quest’organo. Siamo molto spesso sotto pressione, dunque non è consigliabile pregare al ritmo dei battiti del cuore. Certe tecniche in rapporto con il ritmo del cuore possono essere pericolose. E’ meglio attenersi alla profonda tradizione del respiro, ritmo biologico fondamentale quanto quello del cuore e che ha anche il significato mistico di una comunione con una vita che è data e accolta nella respirazione. Negli Atti degli Apostoli san Paolo dice: «In lui viviamo, ci muoviamo e siamo» (At 17,28) Secondo questa tradizione noi siamo dunque creati ad ogni istante, siamo rinnovati; questa vita viene da lui e un modo di accoglierla è di respirare coscientemente.

Gregorio il Sinaita diceva: «Invece di respirare lo Spirito Santo, noi siamo riempiti dal respiro degli spiriti malvagi» (sono le cattive abitudini, le «passioni», tutto ciò che rende complicata la nostra vita quotidiana). Fissando la mente sulla respirazione (come abbiamo fatto finora), essa si quieta, e noi sentiamo una distensione fisica, psicologica, morale. «Respirando lo Spirito», nell’articolazione del Nome, possiamo trovare il riposo del cuore, e questo corrisponde al procedimento dell’esicasmo. Esichio di Batos scrive: «L’invocazione del nome di Gesù, quando è accompagnata da un desiderio pieno di dolcezza e di gioia, riempie il cuore di gioia e di serenità. Saremo allora ricolmi della dolcezza di sentire e di provare come un incanto questa esultanza beata, perché cammineremo nella hesychia del cuore con il dolce piacere e le delizie di cui essa riempie l’anima».

Ci si libera dall’agitazione del mondo esterno, si calma la dispersione, la diversità, la corsa frenetica, perché noi tutti siamo spesso sollecitati in maniera molto faticosa. Quando arriviamo, grazie a questa pratica, a una maggiore presenza a noi stessi, in profondità, cominciamo a sentirci bene con noi stessi, nel silenzio. Dopo un certo tempo, scopriamo che siamo con un Altro, perché amare è essere abitati e lasciarsi amare è lasciarsi abitare; il cuore, la mente e il corpo ritrovano la loro unità originaria. Siamo presi nel movimento della metamorfosi, della trasfigurazione del nostro essere. E’ questo un tema caro all’ortodossia. Il nostro cuore, la nostra mente e il nostro corpo si quietano e trovano la loro unità in Dio.

CONSIGLI PRATICI 
La nostra prima cura, quando ci fermiamo per imparare la «preghiera di Gesù», sarà di ricercare il silenzio della mente, di evitare ogni pensiero e fissarsi nelle profondità del cuore. In questo senso, il lavoro sul respiro è di grande aiuto: si può dire nell’inspirazione: «Signore Gesù Cristo», e nell’espirazione: «Abbi pietà di me». In quel momento, io accolgo il respiro, la tenerezza, la misericordia che mi sono dati come un’unzione dello Spirito.

Scegliamo un luogo silenzioso, quietiamoci, invochiamo lo Spirito perché ci insegni a pregare. All’inizio, possiamo limitarci a una sillaba, a un nome: Abbà (Padre), Gesù, Effathà (apriti, rivolto a noi stessi), Marana-tha (vieni, Signore), Eccomi, Signore, ecc. Non dobbiamo cambiare troppo spesso la formula, che deve essere breve. Giovanni Climaco consiglia: «che la vostra preghiera ignori ogni moltiplicazione: una sola parola è bastata al pubblicano e al figliol prodigo per ottenere il perdono di Dio.. La prolissità nella preghiera riempie spesso di immagini e distrae, mentre spesso una sola parola (monologia) favorisce il raccoglimento”.

Come scrive Teofane il Recluso: «Non preoccupatevi del numero delle preghiere da recitare. Abbiate cura unicamente che la preghiera scaturisca dal vostro cuore, zampillante come una sorgente di acqua viva. Allontanate completamente dalla vostra mente l’idea di quantità». Anche in questo caso, ciascuno deve trovare la formula che gli si addice: le parole da usare, il ritmo del respiro, la durata della recitazione.

All’inizio, la recitazione sarà fatta oralmente; a poco a poco, non avremo più bisogno di pronunziarla con le labbra nè di utilizzare un rosario (qualsiasi rosario può andar bene, se non si ha quello fatto di nodi di lana). Un automatismo regolerà il movimento della respirazione; la preghiera si semplificherà e giungerà fino al nostro sub-conscio per pacificarlo. Il silenzio ci pervaderà dall’interno; la preghiera del cuore diverrà parte di noi, del nostro respiro, di ogi nostro istante trasformando noi stessi in una preghiera continua!

 

Per scrivere questo articolo mi sono riferita ai testi sulla preghiera del cuore della Comunità di Bose e del sito eremodifamiglia.it

Io, eremita di città

La mia vocazione di eremita di città è nata tanti anni fa ed è sorta come un grande desiderio – o meglio, una necessità! -di avere quotidiani spazi di silenzio per mettermi in ascolto di Dio e dialogare con Lui, desiderio che non è mai cessato e che, dall’adolescenza, mi accompagna.
Quando avevo vent’anni non sapevo certo di essere un’eremita urbana, ma ricordo benissimo quanto mi toccò “Il deserto nella città” di Carlo Carretto o quanto rimasi colpita dalla luce “divina” che emanava una clarissa di Assisi.

Per decine d’anni mi sono ritagliata i miei spazi, giorno dopo giorno, nel mio quotidiano di mamma, di moglie, di lavoratrice, sentendomi diversa da tanti altri che esprimevano la loro vocazione di laici nel fare, fare, fare: fare volontariato, partecipare a tante iniziative in parrocchia o all’interno di gruppi e associazioni… mi impegnavo anch’io in tante attività ma mi crucciavo di non essere come loro perchè, per quanto io cercassi di fare, fare, fare, l’esigenza forte che sentivo era di togliere un po’ di tempo all’azione per fermarmi a contemplare Dio, ad ascoltarlo, a pregare.

Per tanti anni ho ritenuto questa mia spinta interiore quasi un limite, una carenza, rispetto a chi è continuamente in azione e concretamente riesce ad aiutare gli altri molto più di me, fino a che un giorno ho deciso di mollare la presa, di smetterla di voler essere come gli altri e dare più credito a questo desiderio.

Solo dopo aver accettato di assecondare il cuore senza più cercare di imitare un modello ideale di buon laico che avevo in mente, ho saputo che molti eremiti urbani sono laici, con una vita normalissima, una famiglia, un lavoro e una casa dentro a un palazzo, in mezzo al caos della città: con una gioia infinita all’improvviso ho scoperto che quel modo istintivo di vivere la mia vocazione, quella ricerca quotidiana di silenzio, di preghiera, di dialogo con Dio, aveva un nome, poteva essere quindi definita e, di conseguenza, riconosciuta: eremita laica di città.

Il diritto canonico del 1983 al canone 603 dichiara all’art.1 “Oltre agli istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella assidua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo.”
All’art.2 si parla poi dell’eremita diocesano, che può essere anch’egli laico o consacrato: “l’eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata se professa pubblicamente i tre consigli evangelici, confermandoli con voto o con altro vincolo sacro, nelle mani del Vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva il programma di vita che gli è propria.”

Oggi, finalmente, nel vivere in città, tra il caos delle auto e la frenesia delle tante attività, riconosco non un limite ma il deserto, il mio deserto: il luogo in mezzo al quale trovare comunque uno spazio di silenzio interiore, di ascolto e dialogo con Dio; oggi la difficoltà di questo deserto non è la solitudine, ma il troppo rumore e la gente che ti guarda con occhi stupiti se ti vede sgranare il rosario mentre cammini e non sei vestita da suora, ma da cittadina qualunque!

Essere eremita laica non significa certo smettere di vivere la vita con i doveri e le responsabilità quotidiane, non vuol dire nemmeno isolarsi dalla Chiesa, dalla propria comunità parrocchiale o dalla società, anzi! significa piuttosto vivere una forma di monachesimo interiorizzato, ritagliandosi momenti di silenzio a tu per tu con Dio, secondo una regola che si sceglie e, nel mio caso specifico, senza togliere niente alla famiglia, che resta comunque al centro della mia vita!

Si stima che ad oggi, in Italia, gli eremiti urbani, tra laici e consacrati, siano circa 200… molti forse hanno questa vocazione senza essere riusciti ancora a definirla, come per anni è capitato a me; che il Signore aiuti ciascuno di noi a scoprire e far fiorire la propria vocazione e i talenti che ci ha donato!